R E C E N S I O N I

Marilisa Giordano

di Antonio Ferrero

 

Il tema della “morte dell’arte” non è una novità in campo estetico. Anzi, si potrebbe dire che poche affermazioni sono tanto vive e ricorrenti quanto quella sulla morte di ogni possibile valore assoluto dell’espressione artistica. E non c’è nessun senso del ridicolo o tolleranza verso il pubblico in chi si avventura in simili teorizzazioni: da Hegel, che sosteneva senza appello che l’arte aveva fatto il suo tempo per lasciare spazio alla religione prima e alla (sua) filosofia poi, a Barnett Newman che scrive che “nel 1940, alcuni di noi si sveglieranno accorgendosi di essere privi di speranza; che in realtà non esisteva nessuna pittura. O, per usare un’espressione di moda, che la pittura era morta un quarto di secolo prima di Dio”. Più avanti, Smithson rifiuta “i grandi tempi secolari” per trasformare l’opera d’arte in non-tempo, morte, assenza. E infine, nella sua Storia dell’arte moderna e contemporanea, Del Guercio scrive che “il tema della morte dell’arte appare in qualche modo contiguo al tema di una produzione artistica autoreferenziale”.

Con queste autorevoli premesse, l’opera di Marilisa GIORDANO si segnala per una ironica, direi spudorata, smentita delle convinzioni più diffuse riguardo l’espressione contemporanea. Le sue opere manifestano –per ammissione stessa dell’autrice– riferimenti classici espliciti, richiami al mito dell’assolutezza greca, un’attenzione all’anatomia che pareva scavalcata dall’onda informale. Secondo le convinzioni correnti, la sua pittura ispirata a modelli di molti secoli fa, virtuosisticamente raffinata, ostentatamente figurativa, sarebbe già dovuta nascere morta.

Eppure, in questa sfacciatamente romantica, in cui l’arte viene nuovamente affiancata alla creazione divina, secondo la più ortodossa linea che va da Novalis a Wackenroder, la Giordano riesce a far emergere una modernità inequivocabile, a tratti sconcertante, sempre spiazzante. Perché le sue figure umane – tutte donne – sono sì l’idealizzazione del corpo stesso, ma non più nel modo innocente e presuntuosamente platonico di un archetipo ideale, bensì per la consapevolezza del ruolo dell’artista e la violenza della stessa espressione pittorica, che sorgiva e assoluta per la sua natura, non solo trascende (romanticamente) l’artista stesso, ma pretende un’imposizione sulla realtà che conferisca al quadro un’autonomia ontologica che vada oltre la sua collocazione spazio-temporale. Ecco dunque gli ossimori compositivi di una “classica” riproduzione anatomicamente perfetta, adattata ad un uso assolutamente moderno della tecnica ad olio, dove l’assenza della pennellata conferisce una lucidità tridimensionale iperrealistica. La scelta “tradizionale” del corpo umano come soggetto nella sua immanenza, insieme alla trascendenza prodotta dalla volontà di fuga dei corpi stessi, che tracimano dalla cornice per occupare uno spazio nella “realtà” oltre la tela. La scelta esclusiva come soggetto della figura umana, e la sua assoluta oggettivazione attraverso la mancanza di identità, resa dall’impossibilità di scorgere i volti: nei quadri di Giordano c’è la Donna Ideale greca (la perfezione anatomica), ma anche la Donna Reale contemporanea (la radicalità del colore che pare quasi acrilico), la Donna Anonima postmoderna (i capelli che nascondono i visi) e addirittura la Donna-Altrove futuribile, nella sua posizione in cerca di fuga, nel suo abbandonare il quadro, nelle mani che escono dalla cornice per uscire dalla pittura o distruggere la gabbia creata per loro ma ormai troppo costrittiva.

A dimostrazione della grande padronanza non solo tecnica ma anche teorica della realtà dell’arte, la Giordano conferma la portata innovativa dei suoi lavori attraverso un uso ironico e disinvolto delle regole gestaltiche: allora si scopre che anche le cornici da cui le figure umane cercano di scappare, in realtà non esistono. Sono pittura anch’esse, una prigione illusoria.

L’arte non può morire perché è la corrispondenza umana della creazione divina: straordinaria finzione.

“l’eleganza del Silenzio”

A cura di Andrea Domenico Taricco

Catalogo “Afrodisia” 2013

 

Tocca il cuore e non la mente passando attraverso le intricate strade dell’anima. La fisicità del soggetto domina incontrastata nello spazio data la posizione che riveste con leggiadria, delicatezza e poetica inconscia fino a sublimare nell’aere o sprofondare negli spiriti turbolenti. Il corpo è finalmente uscito dal limbo ma, stranamente, è avvolto da un panno legato che impedisce di scorgere i tratti del volto. La musa cieca preconizza il destino, la volontà di potenza incognita che risiede nell’animo degli osservatori attenti ma ostenta la propria azione nel buio profondo dei sensi.

Come la speranza risiede nella profondità degli intenti, come l’invidia ottenebra la ragione degli stolti e induce l’uomo alla follia, come la verità stessa esiste sotto gli occhi di tutti ma è inafferrabile, impossibile, caduca. L’assenza del personaggio delineata dal panno posto sul volto, determinano l’improbabilità stessa del gesto avvolto dal silenzio dei sensi, quasi come l’atto di venir fuori, questa volta, forse proiettato al contrario inducendo il moto psichico a voler rientrare nello spazio retrostante. La forza centripeta risultante rende questa fata stanca, l’immagine stessa dell’amore o d’un sentimento represso ma ancor vivo.

“CensurAvvenente”

A cura di Andrea Domenico Taricco

Catalogo “Afrodisia” 2013
 

Segna nell’immaginario collettivo, un desiderio di scorgere, oltre le barriere strutturali che edifica, elementi figurativi che sfuggono direttamente allo sguardo. Il senso lacaniano del mostrato del non mostrato, secondo i giochi dell’occultazione, spingono infatti, l’infante ad incuriosirsi, sino a stimolare, tramite l’emozione d’un sorriso, l’azione fantastica dell’immaginare e scorgere quanto fugge dallo sguardo. È quello che avviene nell’opera “CensurAvvenente” in cui il quadro immaginifico, posto al centro dello spazio bianco, spuntano gli arti superiori d’una donna, quasi come se volesse uscire dalla sua prigione. Ciò che più colpisce o semplicemente stimola la ricezione dell’osservatore, consiste proprio nella posa del soggetto, ovvero nella diagonalità che questi arti rivestono da un punto di vista composizionale. L'avambraccio destro taglia verso l’alto ponendo la mano verso sinistra così come l'avambraccio sinistro discende verso il basso posando la mano a destra ed il tutto è rafforzato dal ginocchio della gamba sinistra che si appoggia sul lato inferiore del quadro. In altre parole viene disegnata una x, quasi ad indicare un rifiuto, un senso di protezione verso un mondo interiore che la donna contemporanea ha deciso di custodire come un tesoro.

“l’amore va oltre la crisi”

da "Switch on Future"

 

Lampante il messaggio di questa tavola che sembra voglia bucare lo spazio creativo per raggiungere la quotidianità. Poco ingombrante all'occhio e tuttavia incisivo e pulito. Interessante è l'accostamento delle tonalità cromatiche: un caldo abbraccio ad un tiepido apparato cardiaco. Promettente a nostro parere.

“Esigenza Inconscia”
A cura di Andrea Domenico Taricco

Catalogo “Afrodisia” 2013

 

Coglie il senso dell’erotismo puro attraverso l’opera intitolata Esigenza Inconscia, in cui nuovamente segna questo quadrato centrale, e questa volta sembra quasi riuscire nel proprio intento metafisico. L’intera parte destra del corpo è fuori, partendo dall’arto superiore giocando sullo sforzo muscolare del braccio e dell’intera gamba destra che proietta la propria ombra sullo sfondo. Solo la testa e l’intera parte sinistra del corpo sfuggono allo sguardo, impedendo simbolicamente al lato del cuore e dei sentimenti di poter essere condivisi. Il gioco dei rimandi è essenziale, pensando al fatto che emerge, ossia viene mostrato il lato freddo della figura anonima ossi quello razionale e, conseguentemente, più forte. La fascinazione erotica trasmessa poi, da quella posa dinamica, intenta ad opporsi allo spazio in quanto desiderosa, questa volta di venir fuori è rappresentata dalla perfezione esecutiva di quella gamba piegata su se stessa e di quel piede che formano un delta, quasi ad indicare metaforicamente l’organo sessuale femminile nella sua nudità. Connotazioni queste, che stimolano la fantasia, partendo soprattutto dal fatto che, questa volta, la testa del soggetto potrebbe finalmente essere fuori dallo spazio ma non vista poiché celata dalla gamba in primo piano. Lo scontro archetipico giocato dal fuori e dentro, dal visto e non visto dalla presenza o dall’assenza rinviano.

“Fuga Sfacciata”
A cura di Andrea Domenico Taricco

Catalogo “ Afrodisia” 2013

 

Un quadrato bianco con al centro un secondo quadrato nero segnano l’incipit fotogrammatico d’una sequenza pittorica suprematista. Poi, all’improvviso, il quadro nero si apre come un varco verso l’ignoto ed i formidabili glutei d’una dea senza tempo si affacciano verso il mondo, consentendoci di ammirarli in tutto il loro splendore. Sembra di tornare realmente alle immagini dei culti primordiali in cui lo stereotipo della Grande Madre era rappresentato attraverso l’ausilio di attributi iconologici che dovevano tramandare fertilità, abbondanza e bellezza. In questo caso l’affascinante deretano della dea, troneggia oltre il vuoto celato allo sguardo di chi si trova dall’altra parte proiettandoci in un gioco di scatole cinesi che definiscono direzionalmente un davanti ed un dietro, temporalmente un prima ed un dopo. Costanti realistiche che utilizzano la forza concettuale astraendola con letizia entro beffardi principi che ridicolizzano la curiosità degli astanti assetati di formule definitive. Eppure, qualunque cosa dovesse avvenire, qualunque cosa quei glutei volessero indicare, sprigionano la potenza carnale, la cruda fisicità d’una michelangiolesca bellezza atta ad esprimere solo ed unicamente se stessa.

“Portale”
A cura di Andrea Domenico Taricco

Catalogo “Millenium – la rinascita” 2013

Un desiderio di ricercare l’umano mediante il figurativo, di oltrepassarlo, diviene il presupposto di uno stile che varca la soglia del possibile tra le risorse del razionale e dell’irrazionale, tra i turbinii d’una forma oppressa dagli schemi della consuetudine e la frustrazione di non poter vedere oltre. La pittura diviene lo strumento necessario per compiere questa trasfigurazione con la coscienza di trovare nell’angoscia del creato una nuova gabbia in cui gridare le proprie frustrazioni. E dell’uomo non restano che le mani, il simbolo del suo fare, d’una abilità manipolatoria che cerca tra i confini di questa realtà ormai sublimata, il proprio riscatto. La gestualità di queste mani anonime, la movenza determinata in pose distinte, evocano uno stato mentale indotto e finalizzato nel custodire la cornice, ovvero il limite dell’opera stessa. L’intrecciarsi di queste direzionalità, la volontà comune di adempiere ad una funzionalità esplicita ma di cui non ne conosciamo affatto la motivazione, determinano un abisso. Nasce così il vuoto incolmabile che abbiamo in noi stessi: l’indeterminato, il senso della morte e paura dell’ignoto. Abbiamo finora utilizzato espressioni come limite, abisso, confine: un punto di non ritorno tra questo e quel mondo in cui si definiscono un inizio ed una fine. Eppure qualcosa è cambiato. L’osservatore viene immediatamente posizionato al di qua di qualcos’altro, divenendo parte integrante dell’opera stessa che ci parla poiché cela un mistero. Neanche l’opera conosce il segreto o l’artista che l’ha realizzata, ma l’osservatore perché, chiunque esso sia, vedrà oltre quel limite con la propria fantasia. L’ambiguità diviene tangibile mentre la certezza naufraga, smarrendosi in un vicolo cieco. E’ sul fondamento di questa ambiguità che l’opera ci parla direttamente, ovvero mette chiunque nello stato di riflessione e l’antro, improvvisamente diviene un muro, poiché determina il vuoto incolmabile che esiste tra una cosa e l’altra.